venerdì 5 ottobre 2007

Aspettando l'alba

“Sono come lei un non letterato che ha visto delle cose e le ha scritte”, con queste parole Rigoni Stern ricorda d’essersi presentato Primo Levi. In queste parole c’e la chiave di lettura per comprendere l’originalità della sua scrittura, anche nella nuova raccolta di racconti “Aspettando l’alba”. Il letterato è uno che sa immaginare a rendere una situazione. Ma per quanto sia capace di immedesimarvisi e di renderla con estrema partecipazione, la scena resta per il letterato qualcosa nella quale egli entra da estraneo. Chi ha visto e vissuto, estrae la scena dal proprio ricordo, quasi a volersene liberare, a cercare di estraniarsene. Ma le parole che dovrebbero fungere da testimone da lasciare ad altri, diventano invece uno specchio che rimanda il ricordo e lo rende ancora più vivo, più bruciante. E quello che Rigoni Stern ha visto e vissuto, si sovrappone a quello che sta vivendo. Il capriolo che deve essere ucciso perché è stato investito da un auto e non può sopravvivere si sovrappone, al soldato che chiede aiuto nella steppa “a noi che camminiamo lesti al lato della via. Camminiamo.” Un ricordo, un rimorso che non si riesce ad allontanare nemmeno dopo tanti anni .
Ma perché ritornare in quei luoghi? Perché ricordare? Perché mio figlio, mia moglie, mia nuora intuiscano quello che abbiamo patito per colpa del fascismo. Ma in verità, mio figlio gira e mi guarda da lontano, mia moglie e mia nuora mi aspettano da lontano…E lui è solo, con i suoi ricordi con la sia visione del campo di concentramento, dove ora pascolano tranquille le pecore. Questa visione delle pecore icona della mansuetudine, nel lager dove gli uomini hanno manifestato la brutale ferocia a cui può giungere l’uomo, è una immagine che avrebbe potuto inventare anche il letterato a marcare il contrasto. Ma nella cronaca di chi ha visto e vissuto, il contrasto è nei fatti a segnare l’incomprensibile dell’essere uomini. “Per colpa del fascismo!” sarebbe troppo bello, troppo facile. Basterebbe eliminare il fascismo. Ma da sempre un Caino ha trovato Abele su cui scaricare la sua ferocia, e tanti Abele hanno trovato i loro Caino a torturali. Perché questo è l’uomo. “Tra i rottami della guerra qualcuno riprendeva a seminare”. Perché questo sempre si è fatto. Si è aspettata la primavera sperando che portasse un anno diverso. Si è aspettata l’alba sperando che portasse un giorno nuovo, diverso da tutti i giorni passati. Ma finito il racconto un giorno non fu che un giorno, come scrive Levi.
L’aver scritto dà l’illusione che “le memorie più non bruciano dentro, sono lì scritte per Lucia e per gli amici”. Ma è solo una illusione! Ed è questa disillusione che caratterizza l’ultimo libro di Rigoni Stern. Ha speso una vita a raccontare per lasciare un segno, una testimonianza, un ricordo a chi non ha visto. Ma chi non ha visto non può capire, perché l’uomo non ha mai voluto capire dai propri errori. E allora anche il racconto, perde il suo valore morale diventa, un racconto fatto per sé, davanti al fuoco, come fosse uno specchio che consente di sovrapporre l’immagine di ciò che si è a quella di ciò che si era, di ciò che si sta vivendo, al ricordo di ciò che si ha vissuto.
E’ un raccontare aspettando il “comando dell’alba” temuto ma non inatteso. Aspettando “la voce che comanda, anzi invita alla morte, ed è sommessa perché la morte, iscritta nella vita, è implicita nel destino umano, inevitabile, irresistibile, allo stesso modo nessuno avrebbe potuto pensare di opporsi al comando del risveglio nelle gelide albe di Auschwitz”.

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