mercoledì 6 febbraio 2008

La verità per il laico.


Discutono in questi giorni sul “Corriere” Severino e Magris su quale debba essere la definizione di laico. Se sia adeguata la definizione del laico come uomo che sa distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è oggetto di fede. Sono d’accordo con Severino sulla inadeguatezza, perché il dubbio deve riguardare anche il fatto che si possa distinguere tra fede e ragione. Definirei laico chi crede non esista la verità e in questo Gesù è il primo dei laici. Quid est veritas gli chiede Pilato, ma Gesù non risponde, come a dire che non c’è risposta: che non esiste la verità. Non esiste la verità sul piano spaziale perché esistono tante verità quanti sono gli uomini che pensano, non esiste sul piano temporale perché non è più verità quella di cento anni fa, ma spesso non è verità per me quella che ieri ritenevo tale. Non esiste la verità sul piano della ragione ma neppure su quello della fede perché Dio non è qualcosa di dato ma una ricerca. Il finito non può percepire l’Infinito può solo cercarlo. Laico e quindi uno che crede sia il modo di essere degli uomini quello di cercare. Non può essere ateo, perché non può assumere la verità della “non esistenza”, ma non può essere neppure “devoto” perché non può accettare esista una verità rivelata. Non ha religione perché non può avere un rapporto con un Dio dato, ma allo stesso tempo è autenticamente religioso nella sua ricerca dell’Io Sono, che poi è ricerca su “che cosa sono” e quindi sul senso vero della propria vita.
Il laico Gesù, quando afferma che si deve a Dio ciò che è di Dio ed a Cesare ciò che è di Cesare, distingue semplicemente il piano dell’essere da quello dell’avere: due impegni che per l’uomo devono restare distinti..

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