Scrive Euenio Scalfari in “L’uomo che non credeva in Dio” che la vita dell’uomo è regolata da due istinti quello della sorpavvivenza individuale e quello della sopravvivenza della specie. Da quest’ultimo istinto deriverebbe l’etica. Se così fosse non ci sarebbe nessuna differenza tra l’uomo e l’animale. L’animale più dell’uomo risente dell’istinto di sopravvivenza della specie, e si dovrebbe dire quindi che l’animale ha un fortissimo senso della morale.
A mio parere le cose stanno in altri termini. Nell’evoluzione del mondo, la specie uomo, è riuscita ad arrivare alla “coscienza di sè”. E’ riuscita a mangiare all’albero della conoscenza delle differenze. Tra il bene ed il male, ma tra la notte ed il giorno, tra il bianco e il nero. Per l’animale che non ha coscienza di sè, non esiste differenza, tutto, (come lui stesso), è un fatto naturale.
Ma la coscienza di sè, del proprio esistere, nei confronti del mondo in evoluzione, è ciò che l’uomo ha da sempre chiamato Dio. Mentre il mondo diviene, dentro e fuori dal mondo, una entità E’, non diviene. Questo esistere giustifica e regge il divenire dell’universo.
Acquisendo la coscienza di esistere, in qualche modo l’uomo è riuscito a far parte di questa Entità, metaforicamente a diventarne figlio. Mentre muore il corpo, la coscienza di sè, resta eterna, come eterna e’ l’Entità di cui è diventata parte.
La metafora del figlio, portandoci sul piano del rapporto tra persone ci distrae dal concetto. Se invece definiamo l’Entità, come il Vuoto, l’altro rispetto a ciò che è fisico, mi riesce più facile immaginare un vuoto da cui è fatto anche il pieno. La fisica stessa ci dice che siamo fatti per l’80% di vuoto. Ma senza quel vuoto tra gli atomi e tra i protoni non ci sarebbe nessuna realtà fisica. Senza l’Essere non ci sarebbe il divenire. Ma conclusa la stagione del divenire vissuta nel corpo, si torna nell’Essere, mantenendo la coscienza della propria individualità, di ciò che si è stati nello stato del divenire.
Raggiungendo la coscienza di sè, l’uomo ha raggiunto la capacità di pensare, di elaborare idee che non sono più dipendenti dalla realtà. Ha acquisito la capacità di vivere la realtà dell’essere e non solo quella dell’avere. Vivere per essere e non per avere è ciò che distingue l’uomo dall’animale, è il valore dell’etica. Ci sono uomini che si sacrificano per avere, altri che si sacrificano per essere. Gli uni per la proprietà, gli altri per una idea. Se accettiamo questa distinzione, può aver senso sperare e lottare per un mondo nel quale gli uomini valorizzino la propria umanità vivendo per l’essere. Ha senso vivere per l’essere! Nella visione di Scalfari, la morale finisce per essere un modo di vivere degli uomini in fuga da sè stessi, quando constatano la propria incapacità a realizzarsi sul piano dell’avere. L’alibi per i falliti!!!
A mio parere le cose stanno in altri termini. Nell’evoluzione del mondo, la specie uomo, è riuscita ad arrivare alla “coscienza di sè”. E’ riuscita a mangiare all’albero della conoscenza delle differenze. Tra il bene ed il male, ma tra la notte ed il giorno, tra il bianco e il nero. Per l’animale che non ha coscienza di sè, non esiste differenza, tutto, (come lui stesso), è un fatto naturale.
Ma la coscienza di sè, del proprio esistere, nei confronti del mondo in evoluzione, è ciò che l’uomo ha da sempre chiamato Dio. Mentre il mondo diviene, dentro e fuori dal mondo, una entità E’, non diviene. Questo esistere giustifica e regge il divenire dell’universo.
Acquisendo la coscienza di esistere, in qualche modo l’uomo è riuscito a far parte di questa Entità, metaforicamente a diventarne figlio. Mentre muore il corpo, la coscienza di sè, resta eterna, come eterna e’ l’Entità di cui è diventata parte.
La metafora del figlio, portandoci sul piano del rapporto tra persone ci distrae dal concetto. Se invece definiamo l’Entità, come il Vuoto, l’altro rispetto a ciò che è fisico, mi riesce più facile immaginare un vuoto da cui è fatto anche il pieno. La fisica stessa ci dice che siamo fatti per l’80% di vuoto. Ma senza quel vuoto tra gli atomi e tra i protoni non ci sarebbe nessuna realtà fisica. Senza l’Essere non ci sarebbe il divenire. Ma conclusa la stagione del divenire vissuta nel corpo, si torna nell’Essere, mantenendo la coscienza della propria individualità, di ciò che si è stati nello stato del divenire.
Raggiungendo la coscienza di sè, l’uomo ha raggiunto la capacità di pensare, di elaborare idee che non sono più dipendenti dalla realtà. Ha acquisito la capacità di vivere la realtà dell’essere e non solo quella dell’avere. Vivere per essere e non per avere è ciò che distingue l’uomo dall’animale, è il valore dell’etica. Ci sono uomini che si sacrificano per avere, altri che si sacrificano per essere. Gli uni per la proprietà, gli altri per una idea. Se accettiamo questa distinzione, può aver senso sperare e lottare per un mondo nel quale gli uomini valorizzino la propria umanità vivendo per l’essere. Ha senso vivere per l’essere! Nella visione di Scalfari, la morale finisce per essere un modo di vivere degli uomini in fuga da sè stessi, quando constatano la propria incapacità a realizzarsi sul piano dell’avere. L’alibi per i falliti!!!
0 commenti:
Posta un commento